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El Salvador, vince Bukele

(Foto AFP/SIR)

Bruno Desidera

Non sempre, nella storia, il grande consenso popolare ha portato a un consolidamento della democrazia. Sarà la storia, tra qualche anno, a dare un giudizio sul grande consenso ricevuto ieri, nelle elezioni presidenziali da Najib Bukele, l’atipico presidente uscente (e ricandidato nonostante la Costituzione del Paese non lo prevedesse), che in due anni di stato d’eccezione e politiche durissime contro la criminalità ha effettivamente garantito alla popolazione maggiore sicurezza, al, prezzo, però, di gravi ferite all’equilibri dei poteri e di continue violazioni di diritti umani. Bukele ha rivendicato la propria vittoria, affermando di avere più dell’85% dei consensi, e una solida maggioranza parlamentare, quando è stato superato il terzo dello scrutinio. Ridotta al ormai al lumicino la forza dei partiti tradizionali, la sinistra del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln) e la destra di Arena. Non sono mancate tensioni, l’Associazione giornalisti dell’El Salvador (Apes) ha denunciato 37 aggressioni contro la stampa.
Elezioni per molti aspetti scontate, quelle di ieri, eppure molto attese, poiché in tanti nel Continente latinoamericano guardano al piccolo El Salvador, e Bukele è diventato un “modello” da imitare per molti leader di governo, a partire da Daniel Noboa, presidente dell’Ecuador, scosso dalla violenza dei cartelli del narcotraffico. Una “tentazione”, quella dello stato d’eccezione che sta contagiando il Continente, ma anche, secondo molti osservatori, una pericolosa “scorciatoia”, anche alla luce della storia dell’America Latina e della sua fragilità democratica.

Il politologo Cruz: “Verso accumulo totale del potere”. “Quella di Bukele è una politica che si basa sull’accumulo totale del potere nel Paese, senza alcun contrappeso, a livello di sistema politico, di divisione dei poteri, a partire da quello giudiziario. Il Governo, dopo che, inizialmente, aveva trattato con la criminalità, si è posto l’obiettivo di reprimere, di mettere in carcere le persone, senza avere una particolare attenzione per i diritti umani”. Ad affermarlo è il politologo salvadoregno José Miguel Cruz, docente all’Università internazionale della Florida, con sede a Miami, negli Usa, e uno dei maggiori esperti di criminalità organizzata, in particolare delle “maras” e delle “pandillas”, i gruppi criminali che hanno caratterizzato negli ultimi decenni la via sociale del Paese. Secondo Cruz, Bukele ha costruito in questi anni, e continuerà a farlo nella prossima legislatura, un sistema sempre più autoritario, uno “Stato di polizia” nel quale “qualsiasi persone può essere arrestata in seguito a denunce generiche o a sospetti da parte delel forze dell’ordine, senza alcuna garanzia di un giusto processo. Il potere giudiziario è stato in gran parte esautorato, rispetto alle sue competenze”.
Il risultato è sotto gli occhi del mondo. Si è arrivati al punto che il 2% della popolazione salvadoregna si è trovata a vivere in carcere, soprattutto tantissimi giovani. Per dare l’idea, si tratta di una percentuale venti volte maggiore rispetto alla situazione italiana, e comunque la più alta al mondo. D’altro canto, è indubbio che tutti gli indici di criminalità, in El Salvador, sono drasticamente diminuiti, e che quello che era uno dei Paesi più insicuri del Continente, ora, al contrario, è uno dei più tranquilli. “Apparentemente, questa politica è stata efficace – afferma il politologo -. La presenza delle ‘maras’ e delle ‘pandillas’ si è ridotta, la violenza è molto calata, pur a costo di vedere persone innocenti finire in carcere. Grazie a questi risultati, ha accumulato potere e consenso, fino alla rielezione”. Tuttavia, “questa situazione non è sostenibile per un tempo prolungato. Le migliaia di detenuti, spesso giovanissimi, prima o poi usciranno dal carcere, e sappiamo bene che le strutture penitenziarie sono scuole di violenza. Inoltre, si tratta di una politica molto dispendiosa”. E, in ogni caso, non esportabile: “L’El Salvador è un Paese piccolo, nel complesso controllabile, i gruppi criminali non sono numerosi. In altri contesti, la realtà della criminalità è molto più articolata e complessa”. Certo, a questa situazione si è arrivati anche per i limiti dei partiti tradizionali, per “il discredito nel quale è caduta la politica, cui va aggiunta la tradizionale debolezza della società civile, spesso cooptata dal potere politico. Oggi, però, proprio dalla società civile emergono segni di novità, di rafforzamento”.

La Chiesa: “Tra il popolo Bukele trova consenso, ma molti diritti violati”. Anche la Chiesa salvadoregna ha guardato con interesse all’appuntamento elettorale, invitando alla partecipazione. “Non si può che prendere atto che Bukele oggi ha un grande consenso tra la popolazione, e che questo deriva dalla riduzione della violenza e dell’insicurezza – afferma al Sir mons. Elías Samuel Bolaños Avelar, vescovo di Zacatecoluca e presidente di Caritas Ecuador -. La gente è contenta, e il risultato più grande del presidente uscente è quello di aver messo in prigione i membri delle bande. Ora nel Paese di vive con tranquillità”. Il consenso deriva anche dalla mancanza di alternative e dai limiti dell’azione politica dei partiti tradizionali, spesso corrotti e vincolati ai gruppi criminali. Di fatto, si trattava di un referendum, pro o contro il presidente”. Il vescovo, da un lato, constata che “questa elezione è comunque frutto di un consenso democratico, molto diffuso, l’approvazione popolare è un elemento importante; dall’altra parte, come abbiamo segnalato più volte, viviamo in un prolungato stato d’eccezione, i diritti di molti giovani, che sono stati arrestati senza prove, in modo sommario, sono stati violati. Basti pensare che solo il 2% dei giovani arrestati è risultato colpevole. La questione dei diritti, così come quella delle scelte economiche, restano controverse”. Proprio a questi diritti violati ha fatto più volte riferimento il cardinale Gregorio Rosa Chávez, vescovo ausiliare emerito di San Salvador, già segretario dell’arcivescovo martire Oscar Romero, che ha parlato, a proposito di queste elezioni, di “rischio di monopartitismo”. Secondo il porporato, “di fronte a una massiccia violazione dei diritti umani, il Governo rimane insensibile ed è disposto a prolungare lo stato d’eccezione, senza preoccuparsi della sofferenza di migliaia di famiglie colpite. Grazie a Dio, migliaia di prigionieri sono stati rilasciati, ma quasi nessuno osa parlare per paura di rappresaglie. Siamo di fronte a un regime di terrore”.

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