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Mediazione culturale in carcere, la riflessione di Ana Fron

 


disegno Adriano Virgili

La mediazione culturale in carcere è una pratica indispensabile che per lungo tempo in Italia è stata disattesa, con il risultato di peggiorare la già difficile situazione, sia dei detenuti stranieri che degli operatori che li hanno in cura e osservazione.

Ma cosa vuol dire fare mediazione culturale?
Con la mediazione culturale si intende dare assistenza culturale ai detenuti stranieri e agli operatori dell’istituto, mettendo queste due tipologie, interconnesse per forza di cose, in comunicazione.

In dettaglio, ci sono aspetti che gli operatori del carcere, ovvero gli educatori, gli psicologi, i sanitari, gli addetti alla sicurezza, gli amministrativi, i volontari, i ministri del culto, nonostante molto preparati e qualificati nei propri ambiti, non sono in grado di comprendere in quanto appartenenti a culture estranee alle loro. Non si tratta di traduzioni ed interpretariato – questi servizi sono la parte più facile da sbrigare – ma decodificare significati culturali.

Il mediatore culturale, per preparazione ed esperienza migratoria personale riesce a mettere in “relazione” tra di loro (senza sostituirsi alle parti) persone di culture differenti, istituzioni italiane e utenti stranieri, togliendo dall’atto “comunicativo” il cosiddetto “rumore o l’interferenza sul canale”. Per esempio, il termine “ricchezza” è diversamente percepito in vari paesi del mondo. Se pensiamo ad un processo penale nel quale il Giudice chiede all’ indagato di origine rumena “Come ti ritieni? Abbiente oppure no? L’indagato può rispondere di sì, in quanto sa di avere una macchina di seconda mano e una stanza in affitto dove poter vivere. Tuttavia, per un italiano il concetto di ricchezza è diverso ed in questo caso il Giudice deve comprendere in cosa consista la ricchezza dell’indagato, prima di prendere una decisione. Questo è un tipo di “rumore – ostacolo” che impedisce una buona comunicazione, a discapito dello straniero e che il mediatore culturale può e deve rimuovere.

Quali competenze deve avere un mediatore culturale?
Affinché l’esercizio di decodifica avvenga, il mediatore deve conoscere bene aspetti culturali, linguistici e legislativi, del paese di origine e del paese ospitante e tenere sempre a mente che questi aspetti mutano nel tempo, quindi deve essere flessibile; deve inoltre essere dotato di empatia, essere riservato ed aver elaborato la propria esperienza migratoria; deve saper individuare il grado di integrazione dello straniero, deve saper gestire i conflitti, sostenere l’inserimento e i processi di inclusione della popolazione immigrata.

Quale è il contributo del mediatore culturale in carcere?
Negli istituti di pena il mediatore può  prendere contatti con le Istituzioni in Italia e all’estero per reperire la documentazione mancante. Può inoltre contattare la famiglia del detenuto per comunicare lo stato giuridico in cui si trova, affinché questo possa beneficiare di un appoggio morale e materiale da parte della famiglia, che potrà tradursi in telefonate, visite, pacchi, lettere e quant’altro. Poi può spiegare ai detenuti le modalità operative e le finalità sia dei programmi rieducativi che delle regole che devono osservare nel periodo del soggiorno in carcere. Può intervenire in veste di osservatore per conoscere il problema quando, da parte degli utenti stranieri, ci siano atteggiamenti di rifiuto alla partecipazione al programma e quando questi abbiano dei comportamenti a rischio per la propria salute o per quella degli altri oppure anche quando i detenuti aabbiano rapporti interpersonali conflittuali, ecc. 

Ultimamente, gli operatori del carcere hanno imparato molti aspetti delle culture degli utenti stranieri, vedi la pratica del Ramadan; hanno conosciuto abitudini e caratteristiche sociali della popolazione rom, sanno delle difficoltà psicofisiche che alcuni dei detenuti,k venuti in Italia via Libia, hanno; tuttavia c’è assolutamente bisogno del mediatore culturale in carcere sia per individuare problematiche di tipo culturale, sia per progettare azioni di gestione dei conflitti, prevenire discriminazioni etniche, lavorando in equipe con altre figure professionali.

L’intero sforzo degli operatori degli Istituti di pena deve mirare al reinserimento sociale; dunque, il mediatore opera per il raggiungimento di tale risultato.

Non dimentichiamoci dell’insegnamento del grande Beccaria, uno dei padri del diritto moderno che nel 1764 nello scritto “Dei delitti e delle pene” afferma che “una giusta gestione del problema giudiziario tutela sia i diritti individuali che il progresso dell’intera società”. E che “la pena non deve mirare alla punizione bensì alla correzione e all’inserimento nella società” di tutti, quindi anche degli stranieri.