DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse, del Monastero Santa Speranza.
«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Dà a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro”».
Sono alcuni versetti tratti dalla pagina di Vangelo di questa Domenica. Versetti che sembrano duri, atteggiamenti che sembrano irrealizzabili, impossibili da mettere in pratica. Una pagina di ordinaria follia, potremmo pensare.
Come donare amore a chi ci minaccia, a chi ci disgusta, a chi ci fa del male? Come si fa a non rispondere ad offesa con offesa? Come faccio a pensare che l’altro che mi perseguita possa diventare la mia esperienza di preghiera quotidiana?
Solo partendo da una consapevolezza: che il Signore agisce così con me, con ciascuno di noi, ogni giorno.
Solo partendo dall’esperienza di misericordia, di amore, di dono gratuito che il Signore, ogni giorno, ci fa sperimentare. È la consapevolezza che ha il salmista quando canta: «[Il Signore] perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. […] Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe…».
Il salmista canta così perché lo ha sperimentato sulla sua pelle: un Dio che si prende cura di noi nonostante siamo molto spesso ingrati e ostili. E questo stile, lo stile di un Dio che, come abbiamo appena letto, non ci ripaga secondo le nostre colpe, le allontana da noi e ci circonda di cura, è lo stesso stile che ci è chiesto di avere nei confronti dell’altro.
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». Gesù non parla di quantità, non potremmo mai essere misericordiosi quanto il Signore, ma di uno stile, di una modalità di essere, di una modalità di vita e di relazione, dello stesso modo di comportarsi di Dio, con un amore attento, accogliente, mite, che non fa pesare ciò che dona.
E occorre ancora una volta fare memoria che la misericordia non è un dono che, per magnanimità, si riversa sugli altri, ma è un inatteso regalo che, anzitutto, abbiamo ricevuto da Dio. E solo quando se ne fa esperienza, se ne diventa capaci.
Il re Davide, che pure nella sua storia dimostra spesso di essere narcisista e violento, nel brano della prima lettura, tratta dal primo libro di Samuele, evita di vendicarsi di chi, con lui, è malvagio e ingrato. Non uccide Saul, anche se lo aveva a portata di mano e poteva farlo senza problemi.
Non si tratta di far fare a Dio perché ci vendichi, ma di lasciar fare a lui perché apra percorsi di pace e di vita anche là dove gli esseri umani fanno di tutto per portare morte e guerra. Si tratta di lasciar agire, attraverso di noi, quell’amore di cui il Signore ci inonda ogni giorno.
Non basta la comprensione intellettuale o la risonanza emotiva se queste restano dentro di noi e non diventano attenzione, un soffermarsi, protendersi, esporsi, scegliere, decidere, farsi prossimi, farsi avanti e prendersi cura.
Se non diventa azione, responsabilità dentro le mie viscere, la misericordia resta solo un nobile esercizio, parole ed emozioni da salotto, chiacchiere capaci di strappare al massimo un sospiro oppure un po’ di pietà. La misericordia, invece, non conosce calcolo né misure di sicurezza, perché si pone a livello dell’altro, si inginocchia al suo fianco se è a terra e si innalza alla sua altezza appena l’ha riconosciuta.
«Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
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