(Foto Siciliani – Gennari/SIR)

Rosanna Virgili

“Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” recita il Salmo 90 (v.12). Nel testo originario ebraico sarebbe letteralmente: “e giungeremo al cuore della sapienza”. La preghiera è una finestra che dalle intime stanze s’apre sulla luce e non potrebbe mai catturare il sole dentro le sue pareti. La preghiera è un affaccio, un dilagare, uno sconfinamento della mente e del cuore. Ma chi prega non è il solo ad andare verso, a tendersi, a cercare…basta chiudere gli occhi per sentire il timbro di una seduzione, un sussurro, un lieto rumore, un’attrazione la cui fonte è ignorata ma avvertita come la più prossima all’anima. C’è qualcuno che ti viene incontro mentre ti avvii e la cui voce è il tuo navigatore. “Una voce, il mio amato” bisbiglia la sposa. Ne riconosce il colore al primo suono. Sa che viene da lui anche se non l’ha mai ancora conosciuto. Benché non l’abbia ancora mai veduto. Ella è certa che quella voce che “viene saltando per i monti, balzando per le colline” non può essere che la sua (Ct 2,8), quella del “mio diletto (…) riconoscibile fra mille e mille” (Ct 5,10). I più grandi oranti al mondo sono gli innamorati. Quelli che protendono il cuore ventiquattro ore su ventiquattro. Al mattino lui invoca: “Colomba mia, nascosta nelle fessure delle rocce, in nascondigli segreti, fammi vedere il tuo viso, fammi ascoltare la tua voce; perché la tua voce è soave” (2,16) e di notte è lei l’irrequieta d’amore: “Io dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! È il mio diletto che bussa: ‘Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia’” (5,2); la supplica mai si interrompe, anzi si riaccende più intensamente quando accade che: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città..” (3,1-2).

Similmente brucia il desiderio degli innamorati di Dio specialmente quando temono di essere abbandonati da Lui:

“Ascolta, Signore, la mia voce, io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco”. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza” (Sal 27,7-9).

“Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21,36) raccomanda il Signore invitando i suoi discepoli a vivere come vergini sagge che attendono lo Sposo.

La preghiera che Gesù insegna ai suoi non è individuale ma fraterna e comunitaria. Insieme si invoca il “Padre nostro” e a Lui si affidano i sogni e i bisogni di ogni giorno: “dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Lc 11,3). Un “pane” che allude non solo al cibo materiale ma anche a quello della Sua parola, amido di speranza. Ancor più la Sua parola è fonte di quell’acqua zampillante che seda la sete più ardente dell’umano: quella di perdonare e di ottenere perdono: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male”.

Nell’ultima invocazione preme l’arsura della nostra terra ferita, oltraggiata, costretta a bere il sangue delle sue creature per la follia della guerra, della violenza, dell’avidità, dell’indifferenza.

Nessun altro discepolo meglio di Paolo mette in pratica radicalmente l’esortazione a pregare fatta dal Signore, con opere e parole: “Disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?” (2Cor 11,27-29).

Un modo di pregare – quello della cura per l’altro – anch’esso incessante e che può sperimentare ogni persona, credente o non credente, nella misura in cui ha il cuore condiviso: la madre che pensa notte e giorno a cosa poter fare per vedere sua figlia felice; il padre che aspetta di sentir bussare il figlio “perduto” che ritorna; l’amico che richiama ripetutamente il cellulare dell’amico e trema perché da qualche giorno non risponde.

Simile è la preghiera dei profeti che si fanno voce di chi non ha voce, fiaccola di fede per chi non ha più fede, grido di speranza per chi è nella disperazione. Che non temono di esporre una querela a Dio e gli domandano: “Perché gli empi prosperano? Perché tutti i traditori sono tranquilli? (…) Fino a quando sarà in lutto la terra e seccherà tutta l’erba dei campi? Le bestie e gli uccelli periscono per la malvagità dei suoi abitanti” (Ger 12,4).

Preziosa è la preghiera dei cristiani che si unisce a quella di Gesù sulla croce: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” e invocano misericordia non solo per le vittime ma anche per i carnefici, per chi uccide i bambini, per chi commette genocidi, per chi copre di disprezzo la vita di chiunque la quale appartiene a Dio.

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