
Di Riccardo Benotti
“Una Chiesa viva, presente, capace di leggere i segni dei tempi senza farsi imprigionare da nostalgie”. È questa l’immagine che mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale, traccia alla vigilia della seconda Assemblea sinodale in programma in Vaticano dal 31 marzo al 3 aprile. All’assemblea prenderà parte anche una delegazione delle diocesi del Piceno.
L’arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi riflette sul significato di questa tappa, sui contenuti delle Proposizioni e sul contributo che il processo sinodale può offrire alla vita della Chiesa e del Paese.
Eccellenza, la seconda Assemblea sinodale rappresenta una tappa cruciale della fase profetica. Quali frutti si attende da questo tempo di discernimento condiviso?
È un momento molto importante, perché mira ad approvare alcune linee operative da presentare all’Assemblea della Cei di maggio. Possiamo dire che, per quanto riguarda l’Assemblea sinodale, rappresenta quasi la conclusione della fase profetica. Sarà poi compito dei vescovi raccogliere quanto emerso in questi tre anni, anche alla luce degli orientamenti finali. Mi aspetto una partecipazione costruttiva, come già accaduto nella prima Assemblea, e una gratitudine sincera verso Papa Francesco, che ha avviato questo processo. E anche
la riscoperta di una Chiesa viva, presente, capace di leggere i segni dei tempi senza farsi imprigionare da nostalgie.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Le Proposizioni che verranno elaborate sono il risultato di un lungo Cammino sinodale. Che criteri ne guideranno la redazione e quale impatto potranno avere nella vita concreta delle diocesi?
Due i criteri principali. Il primo è quello di raccogliere e condensare quanto emerso nel triennio sinodale: esperienze, domande, desideri raccolti nella fase narrativa e approfonditi in quella sapienziale. Ora il compito è tradurli in proposte operative. I contenuti ruotano attorno a tre grandi assi: l’orizzonte missionario, con l’urgenza di partire dai grandi temi del nostro tempo; la formazione, a cominciare dalla Parola e dall’iniziazione cristiana; la corresponsabilità, sia nella guida delle comunità che nella gestione delle strutture. Si è scelto di formulare
Proposizioni brevi, chiare, essenziali: non discorsi, ma proposte votabili, emendabili, integrabili.
Uno dei temi centrali è la corresponsabilità, con particolare attenzione ai ministeri laicali e femminili. Questo cammino può condurre a nuove forme di partecipazione?
Si avverte chiaramente una spinta in questa direzione. Anzitutto si sta cercando di definire meglio i ministeri istituiti – lettore, accolito, catechista – ma anche di aprire alla possibilità di nuovi ministeri, già evocati dal Sinodo generale: l’ascolto, l’accompagnamento, la prossimità. Si tratta spesso di rispondere alle esigenze di chi è ai margini, di chi non partecipa abitualmente alla vita ecclesiale. Ministeri che richiedono attenzione alla “soglia”, ai luoghi in cui accogliere e avvicinare, con percorsi adatti, chi è più lontano.
Il documento preparatorio parla di una conversione anche strutturale. Dove vede le maggiori resistenze e quali cambiamenti considera ormai improrogabili?
C’è senz’altro bisogno di una riforma strutturale. Penso, ad esempio, all’organizzazione delle curie o a certe forme rigide di pastorale.
Alcune prassi burocratiche, come la gestione delle certificazioni sacramentali, andrebbero semplificate: sono un peso che appesantisce l’annuncio. Le resistenze, come sempre, emergono quando si toccano gli assetti consolidati: si è favorevoli al cambiamento, purché riguardi gli altri. Ma noto, soprattutto nei sacerdoti, una consapevolezza crescente: meno strutture da gestire significa più tempo, più energia, più gioia per l’annuncio.
E questo può fare davvero la differenza.
Papa Francesco ha chiesto alla Chiesa italiana di “compiere al meglio il suo impegno per il Paese”. Come rispondere a questa consegna nel contesto del Giubileo?
Il fatto che la fase conclusiva del Cammino sinodale coincida con l’Anno giubilare non è casuale: è stato pensato così fin dall’inizio. E il tema scelto dal Papa – la speranza – si lega bene al nostro percorso e si inserisce nel decennio dedicato al popolo. In un contesto sociale spesso drammatico, la Chiesa è chiamata a testimoniare un’altra via. Francesco ci aveva già indicato questa direzione a Firenze nel 2015: una Chiesa umile, con il cuore di madre, capace di stare nel mondo senza cercare visibilità o potere, ma semplicemente condividendo il Vangelo. Oggi, quelle parole si rivelano davvero profetiche.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Ci sarà un gesto comunitario per esprimere vicinanza al Papa, che vive un tempo di convalescenza?
Sì, lo faremo già in apertura dei lavori. Il Papa avrebbe dovuto essere con noi per dare avvio all’Assemblea, ma non potrà esserci fisicamente.
La nostra preghiera e il nostro affetto gli faranno sentire comunque la vicinanza della Chiesa italiana.
Le Proposizioni finali saranno sottoposte all’episcopato. Esiste il rischio che non vengano pienamente accolte?
Non lo credo, per due ragioni. La prima è che, partecipando anche all’Assemblea dei vescovi, ho riscontrato la medesima volontà di camminare. Anzi, a volte c’è persino un certo desiderio di accelerare il passo. La seconda è che tutto questo lavoro nasce dalle sintesi diocesane, redatte e firmate dai vescovi stessi. E saranno tutti invitati all’Assemblea. Mi pare che finora il percorso sia stato davvero condiviso, con corresponsabilità tra laici e vescovi. Forse sono ottimista, ma ho motivo per esserlo.
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